Sandro Veronesi, scrittore e fratello di Giovanni, regista e sceneggiatore, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Il colibrì” ha rilasciato una lunga intervista a “L’uomo della domenica” di Giorgio Porrà. Ecco la sua analisi sulle origini del tifo bianconero in Toscana.

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro “Il colibrì” lo scrittore Sandro Veronesi, già Premio Strega, parla a ruota libera di attualità, come il trentennale della caduta del Muro di Berlino, di letteratura e di calcio… Una passione per la maglia bianconera della Juventus che ha contagiato tutta la famiglia. Anche il fratello minore, Giovanni, noto regista e sceneggiatore. Inevitabili quindi la domanda su come si diventa juventini a Firenze (lo scrittore vive a Prato, ndr).

La Toscana è una terra di divisione di campanile in misura esagerata rispetto ad altre terre. Lo diceva Indro Montanelli: “Ah, sei di Ceraldo, ma di Certaldo di sopra o di Certaldo di sotto?” Perché a proposito di muri, in Toscana, dovunque tu vada, c’è un muro che storicamente separa una contrada dall’altra… In questo contesto Firenze è la città contro cui ce l’hanno tutte le altre cittadine, perché bene o male per secoli ha imperversato, s’è presa tutto e Prato era la vittima principale“.

Per cui un bimbetto che cresce a Prato per la Fiorentina non tiene e sceglie tra le tre squadre che fanno male alla Fiorentina, che sono Juve, Inter e Milan e io scelsi la Juventus, anche per il nome che voleva dire gioventù. Avevo sei anni, e mi piacevano le maglie a strisce bianche e nere e perché completai la squadra per prima sull’album Panini, mentre ero in convalescenza dopo l’operazione alle tonsille”.

“Quando venne il prete e mi chiese per che squadra tifavo, io che avevo tifato solo il Bologna perché i miei genitori erano di Bologna, davanti a mia madre, con la voce rotta scandii “ju-ven-tus”… La mia passione di lì a poco esplose completamente e in casa parlavo sempre della Juventus con una passione che coinvolse tutti. È stata veramente la prima decisione autonoma che ho preso in vita mia“.

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